mercoledì 20 aprile 2011
A coffee, please. (o Del Grande Tradimento)
Il caffè viene dall'America, ma -diciamolo senza troppa modestia- quello buono lo facciamo qui in Italia. Quel profumo intenso che riempe intere case all'ora di colazione e dopo pranzo, quella bevanda d'ebano che stuzzica il palato col suo sapore forte e sempre soddisfacente; a dirla tutta saremmo capaci di berne a litri.
Purtroppo non tutti sanno farlo: c'è chi schiaccia la miscela nella moka come se ne andasse della sua vita, chi compra una marca scadente per mancanza di soldi decretando la propria condanna a bere una schifezza per le settimane seguenti, chi acquista una macchinetta apposita -il che non è un male di per se, ma se ne prendete una con cialde che si rompono o semplicemente imbevibili sono fatti vostri.
Ma tutto questo non ci abbatte, noi cavalieri dell'espresso! Si cambia bar, ci si ingegna, ma il modo di bersi un buon caffè si trova.
Peccato che per il resto del mondo non sia così.
Sapete a cosa mi riferisco, non fate i finti tonti. Basta andare di poco fuori dai nostri confini per trovare delle brodaglie imbevibili che fondamentalmente non sono caffè. A volte il buon italiano perdona, in fondo non tutti sono in grado, magari in qualche alberghetto francese non è mai arrivato nessuno ad insegnare l'Arte del caffè, unica e sola. A volte invece una inconsueta rabbia si impossessa di noi, specialmente quando si capita in grandi catene di bar-ristorante-pizzeria sparse in tutto il mondo in cui il caffè si serve in una tazza che pare uno shaker di plastica e ti ustiona le dita, caspita se ustiona! Ma no, l'impatto iniziale non è il migliore ma l'italiano è pronto a perdonare tutto con un assaggio della bevanda, dopotutto la tazzina non fa il monaco. Perbacco, è una catena che si occupa di cibarie a livello internazionale, vuoi mica che dia un'idea sbagliata della sacra bevanda? Impensabile!
Il buon turista italiano appropinqua le labbra al bicchierone e sugge una goccia del liquido: goccia che sarà sufficiente a strinargli completamente le papille gustative, lasciando in bocca un gusto di acqua calda mischiata a chicchi di caffè pestati (a sangue) in parti 9 a una. Tradito nell'animo, ecco come si sente un italiano in un bar straniero, mentre giura vendetta di fronte alla bustina di zucchero per il torto subito.
Servirà molto tempo prima che, timoroso, avvicini un cosiddetto "espresso" che in alcuni bar viene servito. Ancora scosso dall'esperienza, il nostro conterraneo tirerà un sospiro di sollievo nel vedersi arrivare una bevanda della grandezza giusta. Forse però la troppa foga di assaporare un buon caffè lo trarranno in inganno, portandolo a bere di getto senza valutare il colore più grigiognolo che marrone del liquido. Ahimè, nuovamente ferito, l'italiano sputacchia i resti di un caffè mal tostato e affogato in due dita d'acqua come un gatto una palla di pelo e, nonostante l'indicibile bisogno di quel sapore amaro e fortificante, si reca diretto dal barista ad ordinare un thè.
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